Un “capo-brigante” di Polignano ucciso in un freddo giorno di gennaio - Guida di Polignano a Mare

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Un “capo-brigante” di Polignano ucciso in un freddo giorno di gennaio

Il Punto di Polignano > Carlo De Luca
A Polignano era nato, a gennaio di 176 anni or sono, un “brigante”, meglio un “capo-brigante” come la vulgata risorgimentalista locale ha ripetutamente scritto.
Chi era costui? Si chiamava Francesco Saverio L’abbate, ed è descritto nei libri di storia locale come un truce e feroce bandito che è facile immaginare mentre assalta masserie, si impossessa di masserizie indispensabili per la sopravvivenza come grano, formaggio, legumi o foraggio per cavalli, rapisce ricchi possidenti per richiedere pingui riscatti, violenta giovani donzelle, insomma mentre semina terrore nel territorio delle sue scorrerie.
Ma è proprio così? Era veramente un terribile “brigante” da parecchio tempo dedito a grassazioni e violenze?
Di Francesco Saverio L’abbate non si sa molto, anzi si sa pochissimo. L’unica cosa che viene sempre detta e scritta è quella che era un capo-brigante temuto e per niente pacifico.
Ma, per la verità, non aveva una carriera consolidata di terribile grassatore alle spalle. Quando è morto, ucciso dalla Guardia Nazionale di Conversano il 5 gennaio 1863 non aveva neppure ventiquattro anni! Era nato infatti il 1839, il 12 gennaio da Francesco e da Angela Mancini.
Ma nondimeno è sempre stato dipinto come un “capobanda” forse perché nella masseria di Carbonelli in agro di Conversano, al confine con il territorio di Polignano e di Mola, era in compagnia di altri supposti briganti, due dei quali sono rimasti sconosciuti e ignoti i loro nomi… Forse si erano aggregati alla banda solo per trascorrere la notte, forse erano pastori di passaggio o forse erano colà presenti per mera casualità ma furono uccisi al pari degli altri. Come? Con una scarica di fucileria? La tradizione orale narra dell’uso e abuso di armi da taglio (spada o sciabola e baionette), soprattutto su Francesco Saverio ma è notizia, al pari di altre, non accertabile neppure con l’esame autoptico.
L’eventuale distinzione avrebbe forse potuto salvare la vita almeno ai gregari, ma la giustizia sommaria di considerare “capi” tutti gli appartenenti ad una colonna di “briganti” era invalsa già da tempo.
Non c’erano leggi né giustizia e neppure pietà cristiana quando si trattava di sterminare i supposti “briganti” del Sud, colpevoli soprattutto di non gradire il nuovo …padrone piemontese al posto dell’amato sovrano cattolico.
Se poco si può scrivere sulla figura del “capo brigante” Francesco Saverio L’abbate, qualcosa di più e con certezza si può dire sul fatto che non esistono, melius non sono più rintracciabili i documenti sull’episodio tranne una delibera del Comune di Conversano datata 18 gennaio 1863 che autorizzava la spesa della somma di ducati 6,75 pari a lire 28,70 “...pel trasporto e seppellimento degli otto briganti uccisi da questa Guardia nazionale nella masseria Carbonelli”.
Altri atti ufficiali non sono stati da me rinvenuti nonostante abbia occupato diverse settimane di ricerche presso vari archivi.
La conclusione è una sola, a mio avviso: l’episodio fu così brutale e iniquo che nessuno volle coprirsi di gloria. Mi sembra quasi di poter dire che una manina lesta abbia nascosto ogni traccia dell’episodio in qualche irraggiungibile cassetto: l’assenza di notizie per coprire un’infamia, per tentare di celare un vero e proprio assassinio a sangue freddo, o per dirla con le parole di George Orwell in 1884: ciò che viene dimenticato, è come se non fosse mai esistito.
Manca in effetti anche il telegramma che di solito i sindaci solevano fare al prefetto - con gioia, enfasi e retorico orgoglio di italiani…nuovi! - allorché capitava che un brigante venisse fatto fuori nel territorio amministrato. Conservo una pletora di fotocopie di questi telegrammi partiti da paesi delle Puglie.
Io ho perciò voluto arrischiare una ricostruzione nel mio Diorama n. 3 forse più vicina alla verità dei fatti ma sulla scorta - ripeto - di supposizione personale.
I “briganti” con il “capo-brigante” polignanese avrebbero probabilmente voluto costituirsi per finalmente mettere termine a una vita all’addiaccio, a un’esistenza tribolata di continue fughe e di nascondigli di fortuna, oltre che di stenti, sofferenze, fame, freddo, privazioni, malattie, assenza di famiglia e dell’amore di una donna e della gioia di figli, di un lavoro duro ma senza i patimenti del fuggiasco e del fuorilegge. Forse tutti i “briganti” si erano ricoverati nella masseria di Carbonelli in attesa di ricevere dalle autorità un segno di accettazione della loro volontà di cambiare vita.
Non si spiega diversamente che “briganti” ritenuti così esperti nell’uso della violenza, nell’accorta difesa personale e nella precisa mira delle armi da fuoco possano essere stati sorpresi nel sonno e non abbiano reagito o non siano riusciti a ferire alcuno dei gendarmi della Guardia Nazionale “nell’incontro avvenuto nella masseria Carbonelli”, come si può leggere nella delibera comunale.
È più facile immaginare che essi attendevano fiduciosi e tranquilli “l’incontro” con le autorità locali quando all’alba del 5 gennaio la Guardia Nazionale accorse in forze a circondare la masseria con intenti ben poco pacifici.
È certo solamente il fatto che tutti i “briganti” vennero subito uccisi e i loro corpi trasportati a Conversano ove vennero esposti al pubblico ludibrio nel Largo alle spalle del Municipio, oggi intitolato a C. Battisti, fino all’otto gennaio quando il vetturale e il becchino si incaricarono di trasportarli in una fossa comune del cimitero intascando ducati 6,75 disposti dal Comune per il servizio…
È fantasiosa la mia ricostruzione?
Non più di quella che tanti “scrittori salariati”, come ebbe a definirli Antonio Gramsci, usarono per descrivere la “bontà” della nuova Italia sabauda.
Anche a Polignano come dappertutto furono in molti, dal 7 settembre in poi (giorno dell’ingresso di Garibaldi a Napoli), a fare a gara per compiacere il nuovo padrone.
Basti ricordare che il decurionato di Bari già in data 10 settembre 1860 deliberò di cambiare denominazione a Corso Ferdinandeo dedicandolo da allora a Vittorio Emanuele, non ancora re d’Italia!. Lo divenne solo il 17 marzo 1861, peraltro dopo i plebisciti-farsa del 21 ottobre precedente e dopo le elezioni nazionali del 27 gennaio in cui votarono in tutta Italia - per “l’ottava” legislatura del Parlamento “piemontese” n. 239.582 italiani su una popolazione di 25.750.000! E a Vittorio Emanuele fu suggerito anche di conservare la medesima numerazione successoria. Si voleva in tal modo significare che non c’era discontinuità nel regno piemontese in quanto si era solamente conquistato e annesso un vasto territorio dalle pur nobili e antiche origini storiche, culturali, amministrative e politiche.
"Unità d’Italia, nascita di una colonia", secondo l’appropriata definizione del grande meridionalista Nicola Zitara, già mio ospite oltre una ventina di anni fa.
I “conquistati” dovevano ossequiare il nuovo monarca piemontese che parlava francese e dovevano obbedire a nuovo ordine sabaudo, oltre che sopportare in silenzio una nuova pesante tassazione.
Non si poteva e non si doveva continuare ad amare il sovrano cattolico, Francesco II di Borbone, appartenente per di più alla medesima nazione napolitana. Chi non si piegava era definito “brigante” (vale a dire “bandito”) e come tale da sopprimere subito. Qualche anno dopo iniziò la massiccia emigrazione dei “sudici” che divenne l’unica àncora di salvezza, ma è argomento che evito perché porterebbe lontano.
A Francesco Saverio L’Abbate e agli altri briganti ricoverati nel lamione della masseria Carbonelli poteva, tutto sommato, andare peggio senza che ciò possa sembrare mancanza di rispetto del loro martirio: essere cioè torturati e capitozzati e la loro testa inviata a Torino ad arricchire il mostruoso museo dello “scienziato” positivista Cesare Lombroso, museo esistente ancora oggi, come se non fossero trascorsi oltre centocinquanta anni!
Solamente per sapere e ricordare…

Estratto atto di nascita dal Liber Baptizatorum di F.S. L’Abbate

Copertina Diorama n. 3
Foto di Masseria Carbonelli e di alcuni famosi “briganti”

Atto di morte di F.S. L’Abbate dai registri anagrafici
del comune di Conversano


Delibera del Consiglio comunale di
Conversano del 18 gennaio 1863

Telegramma del sindaco di Spinazzola al Prefetto di Bari

Nota spesa del vetturale e del becchino

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