GIUSEPPE GIMMA - Guida di Polignano a Mare

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GIUSEPPE GIMMA

Il Punto di Polignano > Carlo De Luca
GIUSEPPE GIMMA, architetto-ingegnere polignanese

Giuseppe Gimma non deve essere confuso con Giacinto Gimma. Il primo fu un regnicolo laico, nato a Polignano, e il secondo fu un religioso, nato a Bari il 12 marzo 1668 e morto il 19 ottobre 1735, quando il polignanese Giuseppe Gimma non era ancora nato. Il primo si distinse per progettazioni e direzione lavori di fabbricati civili, religiosi e anche portuali oltre che in opere ardite di ingegneria stradale, il secondo in numerose opere letterarie ed umanistiche, avendo scritto, tra l’altro, “L’idea della storia dell’Italia letterata”, la prima storia della letteratura italiana. Come scienziato e profondo conoscitore di scienze naturali, scrisse e pubblicò “Della storia naturale delle gemme, delle pietre e di tutti i minerali, ovvero Della fisica sotterranea”.
A questo personaggio così erudito ed insigne Bari dedicò giustamente una strada cittadina - via Abate Gimma - a tutti nota perché centralissima e ricca di palazzi prestigiosi e di lussuosi negozi, accorsati dalla ricca borghesia cittadina. All’altro Gimma, la città di Bari non ha finora intestato alcuna strada, piazza o spazio pubblico nonostante quella città sia diventata straordinariamente bella anche per merito dell'ingegnere-architetto polignanese, come si dirà più circostanziatamente di seguito[1] 1.
Sulle opere di Giuseppe Gimma è utile leggere alcuni studi[2] 2 e in particolare la monografia di Clara Gelao: “Giuseppe Gimma 1747-1829. Un architetto tra due secoli. Città, infrastrutture e monumenti nella Puglia borbonica” - Ed. Adda 2004[3] 3.
A grandi linee si dica che Giuseppe Gimma è tra i "dieci concittadini memorabili" di Polignano[4] 4. Vi nacque il 13 luglio 1747 in una casa di via Porto, da Mario (mastro muratore) e Lucia Colella, di una famiglia di noti mastri muratori di origini  

 
   
 
[1] 1 Ad un altro polignanese certamente insigne ma senza particolari benemerenze cittadine, peraltro, la città di Bari ha dedicato una bella strada al rione Poggiofranco. È quella che porta il nome del cardinale Agostino Ciasca. Una strada del rione Carrassi è stata dedicata all’altamurano Luca de Samuele Cagnazzi, consigliere di Gioacchino Murat ed estensore materiale del decreto per la costruzione del c.d. Borgo Gioacchino, oggi noto come borgo murattiano. A Giuseppe Gimma Polignano ha da poco provveduto a ricordarlo ai posteri assegnando il suo nome ad una piccola strada di periferia in direzione verso Monopoli.

 
 
 
[2] 2 M. Pasculli Ferrara, Biografie, G. Gimma, 1996; A. Serrati, Giuseppe Gimma architetto. Bari 1747-1829, tesi di laurea presso la Facoltà di Architettura di Firenze.

 
 
 
[3] Il libro è esaurito presso l’editore e non è stato ancora ristampato. È reperibile presso la Biblioteca nazionale di Bari, la biblioteca comunale "R. Chiantera" in via Mulini a Polignano e ivi presso l'associazione culturale "U Castarill" in Piazzetta Miani.

 
 
 
[4] v. articolo di Carlo De Luca “Cittadini polignanesi memorabili” in www.polignanoamare.eu

napoletane, insediati a Polignano da un paio di generazioni.
Dopo aver studiato a Napoli, a Gimma non mancò mai il lavoro perché fu sempre di pregevole qualità tutta la sua intensa attività. L’ingegnere era richiestissimo in tutte le contrade di Puglia, come si comprende sfogliando le pagine del libro intitolato “Gimma …nella Puglia borbonica”. Progettò chiese e palazzi dalla Capitanata alla Terra d’Otranto.
Giuseppe Gimma operò giovanissimo a Conversano. Nel 1776 la cattedrale dedicata a Santa Maria Assunta ne ebbe disegnato l’altare, realizzato dal marmoraro Antonio di Tommaso, napolitano abitante a Bari[1] 5. Gimma progettò e diresse i lavori di realizzazione del monumentale palazzo Accolti Gil [2]6, come ha di recente accertato un appassionato studioso noiano. Il pregevole studio dell'arch. Petrosino è di assoluto valore storico ed è tutto da leggere e gustare.
 La chiesa di san Francesco, la chiesa di santa Chiara, la chiesa dei Paolotti videro l’impegno professionale del Gimma, il quale operò anche a Ceglie del Campo, a Cellamare, a Rutigliano, a Monopoli, a Molfetta, a Locorotondo, a Grumo Appula, a Manfredonia, a Trani, a Casamassima, a Mola, a Toritto, a Sannicandro, a Barletta etc. A Polignano si limitò a individuare l’area per il cimitero e a farne una bozza di progetto, che non proseguì per la mole enorme dei lavori che incombevano e anche per la tarda età che non gli permetteva più di muoversi agevolmente a grande distanza da Bari, dove abitava in quella che è oggi piazza Massari e in un palazzo, che venne abbattuto negli anni Sessanta del secolo scorso per farne la sede della SIP, se la memoria non m’inganna.
A Giuseppe Gimma si deve il primo progetto della strada consolare, il Real Cammino di Puglia, che collegò Barletta a Lecce, realizzata durante il periodo borbonico[3] 7. In  

 
   
 
[1] V. Chiara Gelao – “Giuseppe Gimma … nella Puglia borbonica”, op. cit. ; Leonardo Petrosino – L’arte dei marmorari “L’arte dei marmorari. Il cappellone settecentesco della Vergine della Fonte nella cattedrale di Conversano” e “Il rinnovamento barocco di fine settecento nella Cattedrale di Conversano voluto dal vescovo teatino Fabio Maria Palumbo”.
 
 
 
[2] Leonardo Petrosino: “La presenza dell’Architetto Giuseppe Gimma a Conversano: il rinnovamento del Palazzo del primicerio G. Biaggio Accolti Gil”
 
 
 
[3] Il tratto di questa strada fra Mola e Polignano fu realizzato fra il 1835 e l’anno successivo. Dalla documentazione emerge che per il lavoro di progettazione del Real Cammino di Puglia al Gimma erano stati riconosciuti in tutto 400 ducati (80 ducati al mese per otto mesi da aprile a novembre, oltre ad ottanta ducati per le spese dei quattro disegni). Ma dalla stessa documentazione emerge anche un particolare molto più interessante: i tratti di strada disegnati e AUTOGRAFATI (cioè quelli da Lecce a Mesagne, da Mesagne a Fasano, da Fasano a Bari, da Bari a Barletta) furono quattro in tutto! Vi è un quinto disegno da Barletta a san Cassano ma non è firmato mentre tutti i disegni (foto) redatti da GIMMA nella sua lunga e operosa vita sono stati sempre firmati! E non c'è ragione perchè non fosse firmato, unitamente all'ing. Daino, anche il quinto disegno. Invece del disegno da san Cassano (ovvero san Ferdinando) al vallo di Bovino non c’è traccia non perché sia andato disperso, come sostiene la dott.ssa Gelao, ma perché molto probabilmente non è stato mai eseguito. La ragione? Non è dato di sapere con esattezza, ma leggendo le carte (che allego) non è difficile immaginare che sia il disegno non firmato che quello supposto disperso, non siano stati eseguiti dal duo Gimma/Daino forse anche per la petulante esosità dei due ingegneri progettisti.

data 14 aprile 1782 il Gimma ebbe l’incarico di redigerne il progetto unitamente all’ingegner Benedetto Daino di Afragola[1] 8. A novembre dello stesso anno il progetto era pronto e consegnato, contro richiesta (foto) di pagamento delle spettanze. Il bando di appalto dei lavori reca la data del 15 febbraio 1783, e tutta la strada venne completata durante il regno delle due Sicilie, entro la metà dell’ottocento, secondo il disegno del nostro valoroso conterraneo.
Si devono al detto ingegnere il secondo progetto di allargamento della città di Bari oltre il vecchio abitato[2] 9 e tutto l’accurato lavoro di progettazione, censuazione e direzione dei lavori delle “linee” e delle future 64 “isole” del borgo, attualmente denominato impropriamente “murattiano”. La città di Bari deve all’ingegno tecnico di Giuseppe Gimma il quadrilatero urbanizzato, delimitato da Corso Ferdinandeo (oggi corso Vittorio Emanuele II), via conte di Bari (oggi corso Cavour), Piazza Borbonica (oggi piazza Garibaldi), via Dante.
Un decreto di Ferdinando IV del 26 febbraio 1790 aveva autorizzato l’espansione della città oltre le mura[3] 10. Venne anche redatto un progetto ad opera degli ingegneri Viti e Palenzia, seguito da un altro successivo ad opera del Gimma. Ma nulla si realizzò per le numerose opposizioni, sollevate dai proprietari dei terreni che non gradivano l’espropriazione per pubblica utilità. Tuttavia le necessità di nuove  

 
   
 
[1] La Gelao scrive un po’ troppo sbrigativamente che ebbe l’incarico “trentacinquenne”.
 
 
 
[2] Il primo risale al 1790, a firma degli architetti Francesco Viti e Giovanni Palenzia.
 
 
 
[3] Sono in mio possesso le memorie di Carlo Tanzi, il quale fu sindaco del ceto nobile negli anni 1790 e ’91. In esse si legge che la “strettezza in cui si abitava in questa città, fè venirmi in mente, in unione del sindaco del popolo don Michele Angiolo Signorile, d’impetrare la grazia di potersi costruire un borgo fuori delle mura della città, cosa che per lo passato era stata tante volte richiesta senza che mai s’avesse potuto ottenere. Ma mediante i valevoli mezzi da me a tal uopo presi, il nostro Re con Real Dispaccio dè 26 febbraio 1790 si compiacque accordarne il permesso”. Non mancano le più vive polemiche sia in merito alla scelta del sito ove erigersi il borgo sia in merito alla designazione dei nomi dei progettisti, ma prevalse alla fine la determinazione che a disegnare la pianta fossero l’ingegnere camerale Francesco Viti e l’ingegnere Giovanni Palenzia, i quali giudicarono come il più idoneo lo spazio posto a mezzogiorno della città antica, di fronte alle mura e al fossato, esponendo le loro ampie e convinte motivazioni in una relazione datata 30 giugno 1790, che accompagnava il relativo disegno. Il piano, approvato il 18 dicembre 1790, prevedeva strade ortogonali e parallele larghe palmi 30, pari a mt. 7,95, formate da isolati con la base di palmi 300 x 200 e l’altezza di palmi 40, col divieto di costruire cantine, magazzini e posture di olio. Il piano non venne però posto subito in esecuzione. Con l’ascesa al trono di re Gioacchino Murat, Giuseppe Gimma fu incaricato dal comune di rielaborare il piano ed egli vi provvide, avendo cura di allegare allo stesso l’enumerazione delle proprietà comprese nella prima isola della pianta. Il suo lavoro formò oggetto di apposita “risoluzione”, adottata dal decurionato. La costruzione del nuovo Borgo ebbe inizio più tardi, dopo che Ferdinando IV, nel giugno del 1815, tornò a Napoli, favorito dalle alterne vicende della storia e delle cose umane. Il restaurato sovrano, con decreto n. 201 del 5 dicembre 1815 (foto), annullò quello analogo adottato dal predecessore due anni prima e concesse al comune di Bari i suoli demaniali compresi nella pianta del borgo, perché potesse avvalersene nell’attuazione del progetto. Alla prima ed unica concessione di terreno, avvenuta in periodo murattiano il 28 febbraio 1815, fecero quindi seguito, sotto il regime borbonico, la seconda del 31 luglio 1816 e numerose altre, destinate ad accogliere i palazzi della nuova Bari, ormai protesa verso un avvenire luminoso e ricco di promesse. (da “LE STRADE DI BARI” tomo n. 2 pag. 423 e ss. Antonio Melchiorre.)

costruzioni abitative[1] 11 - e in seguito anche artigianali ed industriali - imponevano che si vincessero le resistenze. Se ne colse l’occasione allorché Gioacchino Murat, in giro propagandistico in Puglia per trovare sostegno alla sua nuova politica filoaustriaca e antifrancese[2] 12 nonostante fosse assiso sul trono di Napoli grazie alle baionette francesi e ai legami familiari con l’imperatore Napoleone, di cui era  

 
   
 
[1] Il numero degli abitanti di Bari nel gennaio 1790, accertato dallo stato delle anime su richiesta di don Michele Fragasso, ufficiale della Sacra Regia Udienza, era di 17.986 unità, effettivamente troppo numeroso in rapporto alla estensione del territorio urbano. A questo punto è forse utile ricostruire in breve tutto l’iter. L’istanza al re del sindaco del ceto nobile in unione con Michelangiolo Signorile, sindaco del popolo primario, reca la data del 1° settembre 1789. L’istanza trovò favorevole e sollecito accoglimento da parte del Re Ferdinando IV di Borbone, perché in data 8 dicembre 1789, il Direttore delle Reali Finanze trasmise copia della istanza-supplica a don Vincenzo Villani, Segretario della Sacra Regia Udienza di Trani, con l’incarico di far assumere le dovute informazioni e di esprimere il proprio parere al riguardo. Il 15 dicembre Villani ordinò l’esecuzione del rescritto in questione che inviò a don Michele Fragasso ufficiale della Sacra Regia Udienza interessandolo a prendere contatti necessari, fare indagini, assumere informazioni e sottoporgli il tutto onde poter esprimere il pare richiesto al Supremo Consiglio delle Finanze. Ricevuto l’ordine, don Michele Fragasso convocò per primi il 27 dicembre i sindaci Tanzi e Signorile, poi i medici e i notai della città, molti religiosi, don Emanuele Mola Direttore del Reale Convitto, e moltissimi altri personaggi locali. Tutti confermarono che nella città di Bari si viveva in somma angustia, in promiscuità di sesso, di età, di condizione e in stretta compagnia con gli animali tanto che le malattie e le infezioni, favorite dai cumuli di immondizie sp indirizzò una lettera al Preside della provincia  don Giuseppe Bausanarsi dovunque, causavano un’altissima mortalità. Gli interrogatori continuarono anche il primo gennaio, giorno festivo, sicchè il 4 gennaio don Michele Fragasso potè inviare la sua lunga relazione al Preside della Provincia don Giuseppe Bausan e alla Sacra Regia Udienza di Trani. Il 26 febbrario 1790, con una speditezza difficilmente eguagliabile ai giorni nostri, il Direttore delle Reali Finanze don Ferdinando Corradini fece conoscere al Preside Bausan l’assenso dato dal sovrano “il Re si è degnato di accordare agli Amministratori del pubblico Governo della città di Bari l’implorato permesso di fabbricare un Borgo fuori del di Lei recinto attuale per la estensione e comodo della medesima popolazione”. Il sindaco dei nobili don Carlo Tanzi, dopo ventuno giorni dall’avvenuta dichiarazione di esecutività della reale autorizzazione, e cioè in data 23 marzo 1790 inviò una lettera al Preside della Provincia don Giuseppe Bausan per fargli conoscere la sua opinione: il borgo doveva sorgere a suo avviso nello spazio situato tra la porta Castello e il monastero di san Francesco di Paola con possibilità di espansione verso la porta di mare in piazza del Ferrarese. A tanto era indotto da varie ragioni ma soprattutto dal fatto che dovendo presto passare per tale luogo la nuova strada regia, la stessa non avrebbe deturpato il borgo né quest’ultimo sarebbe stato di impedimento alla strada. Per quest’ultima ragione era dell’avviso che fosse opportuno affidare la progettazione del borgo all’ing. Giuseppe GIMMA il quale era appunto incaricato di realizzare la nuova strada (che era già arrivata a Santo Spirito, cioè quasi alle porte di Bari). Sorvolo su tutto il resto e cioè sui contrasti sul luogo da scegliere per fabbricare il Borgo e sulla scelta dei due progettisti Giovanni Palenzia e Francesco Viti i quali redassero un elaborato grafico che reca la data del 30 giugno 1790, cioè appena due mesi dopo aver ricevuto l’incarico. Il disegno reca il titolo: “Pianta del Regio Castello della città di Bari, colle mura e fossato che racchiudono detta città dalla parte interna, unitamente col terreno e strade adiacenti alle stesse mura...” Una stampa del disegno con vero piacere la conservo ben incorniciata nella mia stanza di studi di casa mia e, in ogni caso, la si trova tra le foto che corredano questo scritto. Sorvolo su tanto altro per precisare soltanto che il lavoro compiuto dai due ingegneri venne gradito dai superiori uffici e dal Sovrano tanto che il 28 dicembre 1790 la Sacra Regia Udienza di Trani ricevette il dispaccio autorizzativo definitivo, di cui ometto il testo per brevità… La fretta per edificare il nuovo Borgo fu peraltro vana perché dal 1790 al 1813 tutto si fermò per varie ragioni che non è il caso di affrontare in questa occasione.
 
 
 
[2] v. Diorama n. 14 “I due G.M.: Giuseppe Mallardi e Gioacchino Murat”

cognato, venne a Bari. Murat vi passò il 25 aprile 1813[1] (13) e, sotto pressione degli amministratori locali, diede mandato al suo fido consigliere, l’altamurano Luca de Samuele Cagnazzi, di redigere il decreto di espansione della città (foto). E a chi affidare l’incarico se non al progettista più quotato all’epoca nella Puglia borbonica? Al polignanese Giuseppe Gimma, che operò con grande professionalità e acume dal 1813 fino agli ultimi giorni di vita, edificando un quartiere ordinato ed elegante (successivamente, soprattutto dagli anni ’60 in poi del secolo scorso, in gran parte devastato dalla costruzione di moderni grattacieli).
I lavori di recupero e restauro del Convento dei Dominicani, in cui attualmente alloggia il palazzo oggi della Prefettura (ex palazzo della Intendenza in corso Vittorio Emanuele, la ristrutturazione di piazza del Ferrarese, lo “stradone Ferdinandeo” oggi corso V.Emanuele, uno dei primi progetti del porto di Mola etc. etc., portano, la sua impronta.
E chissà quant’altro potrà emergere sull’intensa attività del nostro compaesano se si continuerà a spulciare, con pazienza e costanza, la gran messe di documenti presso archivi diocesani o statali.
Gimma visse a lungo e morì il 21 aprile 1829, a 82 anni.
 NOTE

1 Ad un altro polignanese certamente insigne ma senza particolari benemerenze cittadine, peraltro, la città di Bari ha dedicato una bella strada al rione Poggiofranco. È quella che porta il nome del cardinale Agostino Ciasca. Un’altra strada del rione Carrassi è stata dedicata all’altamurano Luca de Samuele Cagnazzi, consigliere di Gioacchino Murat ed estensore materiale del decreto per la costruzione del c.d. Borgo Gioacchino, oggi noto come borgo murattiano. A Giuseppe Gimma Polignano ha da poco provveduto a ricordarlo ai posteri assegnando il suo nome ad una piccola strada di periferia in direzione verso Monopoli.
2 M. Pasculli Ferrara, Biografie, G. Gimma, 1996; A. Serrati, Giuseppe Gimma architetto. Bari 1747-1829, tesi di laurea presso la Facoltà di Architettura di Firenze.
3 Il libro è esaurito presso l’editore e non è stato ancora ristampato. È reperibile presso la Biblioteca nazionale di Bari, la biblioteca comunale "R. Chiantera" in via Mulini a Polignano e ivi presso l'associazione culturale "U Castarill" in Piazzetta Miani.
4 v. articolo di Carlo De Luca “Cittadini polignanesi memorabili” in www.polignanoamare.eu
5 V. Chiara Gelao – “Giuseppe Gimma … nella Puglia borbonica”, op. cit. ; Leonardo Petrosino – L’arte dei marmorari “L’arte dei marmorari. Il cappellone settecentesco della Vergine della Fonte nella cattedrale di Conversano” e “Il rinnovamento barocco di fine settecento nella Cattedrale di Conversano voluto dal vescovo teatino Fabio Maria Palumbo”.
6 Leonardo Petrosino: “La presenza dell’Architetto Giuseppe Gimma a Conversano: il rinnovamento del Palazzo del primicerio G. Biaggio Accolti Gil”
7 Il tratto di questa strada fra Mola e Polignano fu realizzato fra il 1835 e l’anno successivo. Dalla documentazione emerge che per il lavoro di progettazione del Real Cammino di Puglia al Gimma erano stati riconosciuti in tutto 400 ducati (80 ducati al mese per otto mesi da aprile a novembre, oltre ad ottanta ducati per le spese dei quattro disegni). Ma dalla stessa documentazione emerge anche un particolare molto più interessante: i tratti di strada disegnati e AUTOGRAFATI (cioè quelli da Lecce a Mesagne, da Mesagne a Fasano, da Fasano a Bari, da Bari a Barletta) furono quattro in tutto! Vi è un quinto disegno da  

 
   
 
[1] Il giorno prima era stato a Polignano e a Mola, dove pernottò nel palazzo Roberti anche se Armando Perotti scrive tutt’altro nei suoi mielosi panegirici murattiani.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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